Tutto Rock – Intervista a Monica Matticoli

Pubblicazione multimediale per Monica Matticoli, poetessa collocata ancora una volta in un’area di confine tra poesia e canzone, dove è frequente un dialogo tra due modi espressivi simili e diversi. “L’irripetibile cercare” da poco uscito per Oèdipus Edizioni è infatti un libro di poesie contenente il disco “L’essenza dell’io”. Il libro, considerato singolarmente, si presenta come una raccolta di versi destinata ad accrescere la produzione poetica iniziata con la silloge “Venti lucenti unghie” scritta insieme a Valentina Tinacci. Il disco invece – prosecuzione della pluriennale collaborazione con Miro Sassolini– oltre ad essere un’integrazione, interagisce col libro e ha capacità trasformative. Il progetto sperimentale “L’essenza dell’io” attraverso la recitazione di Monica, il canto di Miro e gli arrangiamenti di Marco Olivotto, dà alle parole il dono di una percettibilità in mutazione. Lo stesso di una realtà in evoluzione o più semplicemente della vita che scorre. L’autrice ha presentato “L’irripetibile cercare” nella libreria Il mondo dei libri a Poggibonsi. Stessa città nella quale ha partecipato con Miro Sassolini a “La forza della differenza”, un live-intervista esclusivo per l’associazione La scintilla. Ad accompagnarli il musicista Daniele Vergni. Nel corso della serata Sassolini e Matticoli hanno parlato della loro collaborazione artistica, di questa nuova pubblicazione e naturalmente anche del recente “Del mare la distanza”, l’ultimo disco di Miro Sassolini con testi di Monica Matticoli.


Una nuova pubblicazione da te definita raccolta di poesie con disco allegato. Perché non considerarla invece un disco con un libro incluso?
Vi è una ragione diciamo “storica” e una legata al tipo di prodotto. Riguardo alla prima: ho una specie di fissazione per il tempo: L’irripetibile cercare è una raccolta di poesie scritte fra il 2008 e il 2016; alcune sono diventate canto nel periodo fra il 2013 e il 2014 e sono state sottoposte da Miro a processi di lavorazione e ricerca su suono e parola durati fino al 2015: pertanto, anche cronologicamente, è il volume a includere il disco e non il contrario.
Inoltre, e forse soprattutto, il tipo di prodotto: L’essenza dell’io è un disco di poesia cantata con, in aggiunta, alcuni recitati miei su sperimentazioni vocali e sonore: quale etichetta lo avrebbe mai pubblicato? I costi di produzione di un disco sono in generale molto alti; in più questo lavoro, che nasceva artigianalmente nella sua dimensione sia melodica che musicale dalla sola voce di Miro ripresa con diverse modalità, aveva bisogno di qualcuno che si offrisse non solo di supportarci nella produzione artistica ma che armonizzasse, senza snaturarla, la dimensione musicale occupandosi anche di quella tecnica. Quando Marco Olivotto, persona di rara professionalità e generosità, ha dimostrato interesse per L’essenza dell’io, ho pensato che fosse un incontro troppo bello per essere vero e che forse ce l’avremmo davvero fatta, a realizzare il master del disco! Poi è arrivato Salvatore Carducci e ho confermato che esiste l’amicizia disinteressata e il desiderio di lavorare a un progetto per “dare una mano” e perché quello che altri fanno ci piace, ci risuona. Negli anni ‘70 un lavoro come L’essenza dell’io avrebbe avuto cittadinanza discografica non solo nella forma attuale ma forse addirittura in quella realizzata da Miro con la sola voce ma oggi, che senza un ritornello si stenta a riconoscere una canzone come tale, chi avrebbe investito in un simile progetto? Ti dirò di più: anche in letteratura devi trovare qualcuno che decida di scommettere su un’operazione come questa; tra l’altro, in Italia le case editrici di poesia che pubblicano prodotti multimediali stanno sulle dita di una mano e poco più. Ho presentato il progetto a tre editori, accuratamente individuati, con Oèdipus in cima alla lista dei desideri: quando Francesco Forte mi ha comunicato la disponibilità alla pubblicazione ho avuto conferma definitiva che L’irripetibile cercare con L’essenza dell’io allegato è un libro, per vocazione e per necessità, con un disco incluso.
C’è poi una terza ragione che, come si suole dire, taglia la testa al toro, e che è legata alla natura della ricerca mia e di Miro: partiamo sempre dal testo, dalla sua sonorità, dal canto che lo rende melodia; abbiamo sperimentato che con questo metodo e secondo le collaborazioni e i risultati che ci proponiamo di raggiungere possiamo realizzare prodotti anche molto diversi fra sé: qui sta il fuoco della nostra ricerca, insieme all’affinamento progressivo di un metodo di lavoro.

Cosa ti spinge ad affidare alcuni tuoi testi al canto e alla recitazione? 
La curiosità. La curiosità e il desiderio di vedere che effetto fanno se escono dalla (apparente) fissità dell’esperienza scritta per entrare nella volatilità dell’interpretazione. La vocalità ha una caratteristica: cambia, ed è impossibile rifarla identicamente; sta nel tempo, e con il tempo trascorre. Nell’esperienza del “qui e ora” si può ricercare quasi all’infinito nelle immagini e approfondire, in maniera emozionale e cognitiva, il rapporto con il testo, la sua com-prensione (che per me è l’intelligenza del “tenere insieme”).
Mi stimola molto confrontarmi con altri e con altre, leggere e ascoltare la lettura di testi miei e altrui, tradurre, fare operazioni legate al canto e alla performance come quelle che faccio con Miro ma anche, ultimamente, con Lolas and The Lost Dogs Band, il gruppo rock&poetry che ho fondato insieme a Valentina Tinacci, Maurizio Regoli, Giacomo Gandolfi e Luca Lombardini: la nostra specificità è la ricerca sugli spazi di ibridazione fra la forma-canzone e la forma-poesia allo scopo di realizzare pezzi nostri e originalissime cover.

L’incontro e il confronto con personalità del settore musicale quali particolari segni ti stanno lasciando?
I medesimi che lasciano gli incontri fra persone: stima, fiducia, condivisione di metodi di lavoro, confidenza e amicizia, quando nascono; di certo rispetto, curiosità, gioia. Con Miro, Cristiano, Gianni, Marco, Daniele, Alessandro e tutti gli altri abbiamo scelto di lavorare insieme e per farlo ci siamo scambiati idee, strategie, emozioni e, quando è stato possibile, anche un bicchiere di vino a cena. Collaborazione e confronto: è l’energia non solo psichica ma professionale che permette di gestire difficoltà e tensioni che inevitabilmente si creano e che fanno parte della vita biologica e storica dei gruppi di lavoro.
In generale per me collaborare a progetti musicali è un’esperienza molto stimolante, rappresenta una bella crescita nell’esplorazione di un mondo che non conoscevo se non “da fuori”. Sto imparando un sacco di cose sia tecniche che umane e conto di impararne ancora per perfezionare il mio ruolo di autrice e, in generale, per me stessa: “non stancarsi mai dei doni”, scrive Amelia Rosselli.

Durante queste collaborazioni ti senti più facilmente un elemento estraneo o quello necessario? 
Vengo da una lunga esperienza come consulente e sono abituata a negoziare, a individuare ruoli, a gestire tempi, compiti e strategie e, spesso, a coordinare risorse e gruppi di lavoro. In più, da quando ho conosciuto Miro, mi occupo di impostare insieme a lui la comunicazione pubblica in sinergia con le produzioni artistiche ed esecutive e con il nostro ufficio stampa. In questo, posso definire il mio ruolo un elemento necessario.
Da un punto di vista creativo sono autrice dei concept e dei testi dei dischi di Miro e finora nessuno ha messo mai in discussione le mie proposte, anzi! Chiaramente, soprattutto insieme a Miro e Cristiano per Da qui a domani e per Del mare la distanza e insieme a Marco e ovviamente a Miro per L’essenza dell’io, abbiamo rivisto, tenendo ben inquadrate funzioni e competenze, le proposte di base studiando le fattibilità e reimpostando scenari per ottenere un prodotto finito migliore delle idee originarie. Se è chiaro “chi fa cosa” ed è ben delineato il ruolo di ciascuno e ciascuna in un gruppo di lavoro non ci si pesta mai piedi e non c’è ragione nemmeno di pensare a esclusioni o necessità. Il lavoro, come dico sempre, è lavoro: basta sapere come farlo, avere una visione chiara delle responsabilità ed essere professionisti prima che artisti, o comunque entrambe le cose insieme.

Nel ruolo di autrice di testi per canzoni sei riuscita a ottenere la giusta visibilità e uno spazio ben definito. Hai mai temuto che non ti venissero riconosciuti tutti i meriti?
Mai. Nel tempo, ho fatto un lungo lavoro su me sia professionalmente che come donna per costruire, passami la semplificazione, una credibilità che mi ha permesso di non mettermi mai nella condizione di scomparire né dal gruppo di lavoro né dalla produzione artistica. Sono, e in questo devo dire che nessuno mi ha mai osteggiata, sempre stata riconosciuta come un “elemento”, per tornare alla tua domanda di prima, necessario sia da un punto di vista organizzativo che come autrice e se talvolta ho sentito incrinarsi qualcosa sono intervenuta per affermare un ruolo che, senza difficoltà, mi è stato restituito. Ho scoperto di non avere un carattere remissivo: sono apertissima alle mediazioni e mi entusiasmo facilmente ma se qualcuno intacca, inavvertitamente, il mio ruolo, reagisco. Non ero così: ho imparato dalle donne a testimoniare per me stessa, a fare scelte di libertà, a prendermi la responsabilità di essere chi sono nel mondo. Certo, tutto è più facile se si lavora in un gruppo disponibile e aperto al confronto, magari davanti al bicchiere di vino di cui ti dicevo prima: c’è sempre stata fra noi tutti stima e grande affetto, e su queste zone abbiamo basato il lavoro, i ruoli e la risoluzione dei problemi.

Consideri Miro Sassolini l’interprete ideale dei tuoi versi?
Miro non è interprete ideale ma, passami questa puntualizzazione, reale. Fra noi c’è un’alleanza inscindibile basata su una differenza strutturale che si tiene su una forza di carattere che può sconfinare, ahinoi, nella testardaggine. Né io né Miro siamo persone umili: siamo disponibili, aperti, collaborativi ma non umili e spesso fra noi nascono discussioni talvolta accese e, di nuovo, reali, come reale è l’impegno a lavorare insieme. Spesso siamo in uno stato di grazia e tutto scorre in maniera fluida ma basta un tono di voce o una parola a farci saltare la mosca al naso. Siamo due passionali inclini all’irascibilità e forse in questi movimenti repentini sta anche il segreto della nostra intesa, il confronto serrato che caratterizza una creatività condivisa talvolta incontenibile e ideale (ideale nel senso di irrealizzabile e dunque da valutare, analizzare, convertire fino a, talvolta, lasciar perdere). Sia chiaro: non ci facciamo mai la guerra, abbiamo ben chiaro il valore dell’altro e dell’altra e abbiamo ben chiara la necessità, direi quasi ontologica, di raggiungere un intento comune e di “chiudere“ un progetto.
Creare insieme per me e Miro è scelta e, a volte, addirittura, necessità: quando gli consegno un testo non so mai cosa combinerà ma riesce sempre a stupirmi per la capacità che ha di andare alla radice del suono, di cogliere il senso, di restituire le immagini in una forma di dialogo, in un’apertura capace di porgere il corpo parola-voce al mondo quasi fosse “una levatrice”, come scrive Valentina Tinacci nella postfazione a L’irripetibile cercare. Un testo ha una sua sonorità e Miro è capace di ascoltarla, di renderla vocalità; così tras-formato, esso può entrare nel mondo portando la sua differenza: quella che nasce dall’incontro fra la mia esperienza e la sua.

Il tuo crescente impegno nella recitazione di poesie sta forse anticipando il momento di un esordio come cantante?
Sto pensando a un nuovo lavoro: un’operazione multimediale che dovrebbe coinvolgere Miro e altri artisti in un progetto corale che parte da una traduzione. Per ora è un’idea, nata da una proposta importante che molto mi onora ma che è da valutare a lungo termine. Una cosa però è certa: nel prossimo futuro resterò nella mia zona di ricerca ovvero nella poesia: l’indagine nella e sulla lingua per me è appena iniziata e L’irripetibile cercare mi ha messa di fronte ai limiti della mia scrittura ma anche a luoghi di esplorazione, in cui ho voglia di recarmi. Ciò non esclude, anzi li richiede, incontri con canto, recitazione e musica: affidare ad altri la mia parola o farmene carico in una cornice relazionale è appunto “l’essenza dell’io”, il modo che più mi appartiene al fine di impostare un discorso di ricerca artistica che sia il più possibile vicino all’autenticità.

MASSIMO PIGNATELLO, Tutto Rock

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